giovedì 24 luglio 2008

Perchè "Funny games" è un film politico

Quando si parla di Funny games senza specificare a quale delle due versioni ci si riferisca, non si commette errore. L’originale austriaco del ’97 e il remake statunitense di 10 anni dopo sono (quasi) identici nella sceneggiatura, nelle inquadrature, nel montaggio, nella recitazione, nella regia e nelle conseguenze filosofiche e politiche del film.
La storia è quella di due giovani ragazzi che sequestrano una famiglia borghese (madre, padre, figlio piccolo e cane) dentro la loro villa delle vacanze sul lago e iniziano a torturarli senza alcun motivo. Quello che sconvolge non è la violenza in sé (quasi sempre fuori campo con i soli suoni che lasciano immaginare l’accaduto) ma, piuttosto, l’insensatezza della stessa. Molte volte i sequestrati chiedono ai due giovani il motivo del loro agire ma l’unica risposta che riescono ad ottenere è “perché no?”. Ma solo apparentemente le loro azioni sono prive di senso.
Non esiste una trama, questo non è un film di finzione dove lo spettatore deve identificarsi con i personaggi: non esiste un reale sviluppo drammaturgico della trama, né psicologico dei personaggi. Del resto uno dei due sequestratori per almeno tre volte guarda in macchina e si rivolge allo spettatore, spezzando così il patto implicito tra autore e spettatore che prevede la sospensione temporale della vita fuori dal cinema per assistere a una vita parallela all’interno della finzione. Il film diventa un’opera allegorica dove i personaggi assumono senso solo in quanto simboli (o meglio, segni) di determinati soggetti sociali.
La violenza dei due giovani si sviluppa man mano, non esiste un vero punto di rottura. Il loro linguaggio è sempre molto adeguato alla situazione, sono sempre gentili, educati e di buone maniere. Nelle sequenze iniziali – dalla richiesta delle uova allo schiaffo – non si riesce a capire dove il film voglia andare a parare: sembra un manuale di buon comportamento tra vicini in un ambiente borghese. Solo quando questo incanto si spezza – e non per mano di coloro che poi diventeranno aguzzini, ma per colpa dell’umoralità della madre di famiglia – inizia la violenza.
Ed è qui che diventa chiaro quello che Haneke vuole dirci: non c’è differenza tra torturatori e torturati in quanto i primi sono il riflesso dei secondi. I due giovani torturatori sono il simbolo delle conseguenze dell’agire borghese portato alle estreme conseguenze. Mantengono costantemente un tono cortese verso la famiglia, utilizzano un linguaggio pieno di cortesia e buone maniere e anche il loro comportamento non è mai fuori dal normale, eccetto quando vogliono costringere la famiglia a “giocare”. Questi giochi hanno sempre qualcosa a che fare con la distruzione dei valori borghesi: la proprietà privata, la morale sessuale, il maschilismo. Ovviamente la famiglia non sta alle regole ed è qui che scatta la reazione violenta dei due che, a questo punto, ci sembra davvero sensatissima.
Cosa fanno i due di diverso da ciò che fa quotidianamente la famiglia borghese in una società capitalista? Nulla. Maschera la violenza con le parole, esattamente come i due aguzzini fanno con la famiglia borghese. Questi ultimi mettono semplicemente in chiaro alla famiglia il loro ruolo all’interno della società: un insieme di violenza ed etichetta, dove la seconda, in realtà, non è altro che un modo per mascherare la prima. I loro giochi sono il rovesciamento logico dei giochi perversi che la famiglia borghese attua al proprio interno (oltre che verso l’esterno): questi ultimi sono giochi relazionali tesi a reprimere la sessualità e a ribadire i concetti di proprietà e di riproduzione dell’ordine sociale, dello status quo. E i “funny games” del titolo non sono per niente divertenti all’occhio di un borghese.
Questo film si potrebbe leggere anche in chiave macrosociale dove la violenza non è più della famiglia borghese ma del sistema capitalistico nel suo insieme verso le altre società, verso gli outsider: ma questo è uno dei temi di “Niente da nascondere” (Cachè, in originale), un altro film di Michael Haneke del 2005.

2 commenti:

  1. finalmente ho trovato una recensione che fa venire voglia di vedere questo film :)

    RispondiElimina
  2. corri a vederlo, allora. merita tantissimo :)

    RispondiElimina